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Perché un assassinio, di Alan J. Pakula

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Perché un assassinio (The Parallax View) è un film del 1974 diretto da Alan J. Pakula, con la partecipazione di Warren Beatty, Hume Cronyn, William Daniels e Paula Prentiss.

L’azione si svolge a Seattle. Indagando sul misterioso assassinio di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti, evento al quale ha casualmente assistito una sua collega, il giornalista Joe Frady (Warren Beatty) non esita a infiltrarsi in una misteriosa organizzazione segreta (la Parallax Corporation) il cui scopo, dietro una rispettabile facciata, è reclutare e formare potenziali sicari. La sua testardaggine gli crea qualche problema con il direttore del giornale per cui lavora, Rintels, che gli rimprovera di ficcarsi continuamente nei guai e di essere diventato leggermente paranoico: “il nostro lavoro è riportare le notizie, non crearle”, gli dice in una delle scene iniziali del film. Ma Rintels dovrà ricredersi: l’ipotesi del suo giornalista sull’esistenza di una cospirazione politica si rivelerà del tutto plausibile ancorché difficilissima da dimostrare.

Parallax_View_movie_posterIl film è incentrato sulla figura di un giornalista-segugio, Joe Frady, che, sulla base di un’intuizione ancora non suffragata da prove, inizia una delicata e solitaria inchiesta che lo porterà progressivamente a scoprire una terribile verità, ben più inquietante di quanto avesse immaginato. Lo schema frequentemente adottato nei film che celebrano l’attività giornalistica (l’eroico giornalista-investigatore sconfigge le forze del Male e fa trionfare la scomoda Verità) è qui completamente rovesciato. Non ci sarà il consueto lieto fine: il temerario giornalista si ritroverà infatti intrappolato in un ingranaggio che finirà per stritolarlo e farà di lui una sorta di vittima sacrificale. La Corporazione segreta di cui aveva scoperto l’esistenza e compreso il funzionamento è troppo potente per poter essere fermata da un isolato giornalista; continuerà quindi ad agire indisturbata, tanto più che la Commissione d’inchiesta incaricata di stilare un rapporto sui due attentati arriverà alla conclusione, ovviamente addomesticata, che in entrambi i casi si è trattato del gesto di un pazzo isolato.

Perché un assassinio ha una costruzione circolare: si apre e si chiude con un attentato, riuscito, contro due candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Il film uscì nelle sale nel 1974, quando il ricordo degli attentati del decennio precedente contro John e Robert Kennedy era ancora vivissimo nell’opinione pubblica, e riflette perfettamente il clima culturale dell’epoca: circolavano infatti nella società americana varie teorie su ipotetici complotti dietro l’assassinio dei Kennedy (la Cia, la Mafia,…), teorie suggestive, mai dimostrate ma ben radicate, soprattutto negli ambienti progressisti ai quali apparteneva anche il regista Alan Pakula. Ciò che colpisce, rivedendo il film a distanza di anni, è il suo cupo pessimismo, che non lascia spazio a conclusioni consolatorie: da qualche parte, ci viene suggerito, c’è un Potere occulto e destinato a rimanere tale, ramificato e difficile da contrastare, un potere minaccioso per la democrazia americana che la stampa libera può solo tentare di scalfire. Tanto più che la classe politica non sembra voler far chiarezza, come suggerisce l’ultima solenne inquadratura del film, con la lettura della sentenza della Commissione parlamentare chiamata a far luce sugli attentati, il cui principale obiettivo sembra essere quello di fornire al paese una spiegazione di comodo che lo spettatore, sulla base di quanto gli è stato mostrato nel film, sa però essere falsa. Come si vede, siamo lontanissimi dai rassicuranti happy end che caratterizzavano la maggior parte dei film del periodo d’oro del cinema americano. In questo senso, l’operazione compiuta da Sidney Lumet è estremamente abile: nella prima parte del film offre allo spettatore tutta una serie di situazioni tipiche del cinema americano d’azione più convenzionale (vorticosi inseguimenti in macchina, virili scazzottate, esplosioni…) dalle quali, non si sa come, il giornalista-eroe esce sempre miracolosamente indenne, ma poi le fa inaspettatamente convergere verso una conclusione tragica e inquietante, di radicale pessimismo. È un modo, anche, per prendere le distanze da un cinema di puro intrattenimento, non a caso detto di evasione, per lo più ottimistico e rassicurante. Per alcune sue caratteristiche, Perché un assassinio può essere considerato un film rappresentativo del cosiddetto “Nuovo cinema americano” degli anni Settanta e Ottanta, sviluppatosi in quegli anni ai margini di Hollywood, un cinema più libero e coraggioso, talora decisamente sconcertante per lo spettatore. Basti pensare a opere come Nashville di Robert Altman o Taxi Driver di Martin Scorsese, tutto fuorché rassicuranti nel modo di rappresentare la realtà americana di quegli anni.

Perché un assassinio è però innanzittutto un efficace thriller politico, o fanta-politico, con qualche inverosimiglianza ma ricco di suspense, e soprattutto, cosa non sempre frequente in questo genere di film, con notevoli qualità formali. Esemplare a questo proposito è la penultima lunga sequenza, relativa al secondo attentato, che si svolge in un gigantesco hangar dove si sta preparando un comizio del candidato Hammond, sequenza magistrale in termini di mise en scène, con un uso efficacissimo delle inquadrature in campo lungo e delle carrellate laterali che seguono nella penombra gli spostamenti dei cospiratori e del giornalista braccato: dieci minuti di grande cinema che valgono da soli la visione del film.

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Trailer di The Parallax View (1974) - di Alan J. Pakula © YouTube

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