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Quinto potere, di Sidney Lumet

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Quinto potere (Network) è un film del 1976 diretto da Sidney Lumet.

Fu a partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso che il cinema americano cominciò a interessarsi alla televisione, il nuovo media che si stava diffondendo capillarmente nelle famiglie americane e, più in generale, nella vita politica e sociale del paese, influenzando e talora determinando i comportamenti, le idee e le scelte dei cittadini, ormai non più solo lettori di giornali e ascoltatori della radio, ma anche assidui telespettatori. In questo senso, il 1960 è generalmente considerato una data spartiacque: l’elezione presidenziale fu infatti vinta sul filo di lana dal giovane candidato democratico John Kennedy contro Richard Nixon, anche grazie a un dibattito televisivo che fece epoca.

quintopotere_locandinaQuinto Potere è un film che si svolge interamente nel mondo delle televisioni e che cerca di mostrare, in una prospettiva fortemente satirica, cosa accade dietro le quinte di una fantomatica rete televisiva, l’Ubs (sic), focalizzandosi in particolare sulle modalità in base alle quali viene ristrutturato il settore dell’informazione dopo l’insediamento dei nuovi proprietari che hanno acquistato a suon di dollari il Network e intendono cambiarne radicalmente il volto.

Con qualche anno di anticipo rispetto all’Europa (in Italia, per esempio, le reti commerciali vedranno la luce a partire dall’inizio degli anni Ottanta), il film illustra il delicato momento di transizione tra due epoche, attraverso due modi di fare informazione, espressione di due concezioni molto diverse del ruolo della televisione nello spazio pubblico, ognuna delle quali incarnata da un personaggio emblematico: da un lato Max Schumacher (William Holden), un giornalista di lungo corso, tardivo paladino di un’informazione eticamente responsabile, dall’altro Diana Christensen (Faye Dunaway), una brillante e ambiziosa produttrice disposta a tutto pur di aumentare di qualche punto percentuale l’indice di ascolto dei suoi programmi e sostenitrice ad oltranza di un’informazione il più possibile spettacolarizzata. Per lei contano solo l’audience e lo share, parole all’epoca ancora un po’ esotiche, ma diventate oggi di uso comune anche alle nostre provinciali latitudini. Il giornalista in declino e la produttrice rampante avranno anche una fugace storia d’amore, inevitabilmente destinata a fallire.

Il personaggio centrale del film è però un altro giornalista, Howard Beale, magistralmente interpretato da Peter Finch, il quale, dopo aver appreso che sarà licenziato dalla nuova dirigenza perché il suo vetusto programma settimanale non fa più abbastanza audience, dichiara solennemente durante una delle ultime apparizioni in video che la settimana seguente si suiciderà in diretta televisiva. Questo annuncio bomba fa immediatamente risalire l’indice di ascolto del suo programma: il pubblico, si sa, è avido di sensazioni forti. A questo punto, coerentemente con la loro logica puramente commerciale, i nuovi proprietari della rete decidono di mantenere la sua trasmissione, con qualche piccolo aggiustamento. Howard Beale ne approfitterà per rilanciarsi come conduttore, ritagliandosi abilmente il ruolo di profeta del piccolo schermo, i cui sempre più virulenti proclami via etere trovano immediatamente un vasto pubblico pronto a metterli in pratica (per esempio quando invita tutti, seduta stante, ad affacciarsi alla finestra per gridare una frase di protesta, che diventerà il suo slogan: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più” (“I’m mad as hell and I’m not going to take this anymore”). Ma le cose ben presto si complicano: il giornalista-predicatore dà sempre più evidenti segni di squilibrio mentale e sarà progressivamente trascinato in una spirale mortifera. Non ci sarà il consueto happy end hollywoodiano e il film si chiude tragicamente, con la voce off di Max Schumacher, che sintetizza così l’intera vicenda: “Questa è la storia di Howard Beale, il primo uomo ucciso a causa dei suoi bassi indici di ascolto.” Guardatevi il film e vedrete come.

Sceneggiato da Paddy Chayefsky, un autore teatrale molto in voga in quegli anni, frenetico nel suo svolgimento e dai toni quasi sempre volutamente sopra le righe, in certi passaggi così esagerato da sembrare inverosimile, il film si rivela in realtà estremamente lucido e lungimirante nel denunciare i rischi che comporta la scelta populistica di inseguire a ogni costo alti indici di ascolto, secondo una logica esclusivamente commerciale (non importa tanto che il prodotto sia di qualità, conta che sia visto dal maggior numero di persone). Una scelta che potrebbe avere qualche tenue giustificazione nel caso di programmi di puro intrattenimento, ma è irresponsabile quando si ha a che fare con programmi di informazione, come i telegiornali. E il film ci mostra proprio questo: il tentativo da parte dei nuovi proprietari di una fino ad allora autorevole rete televisiva di imporre una forma ibrida di comunicazione, una sorta di informazione-spettacolo dove non conta tanto trasmettere notizie in modo onesto e rigoroso, ma conta soprattutto l’impatto che le notizie hanno sul pubblico. E se non ne hanno abbastanza, bisogna renderle più appetibili. In questa prospettiva, gli autori del film ci mostrano chiaramente i rischi che comporta la scelta di assecondare sempre e comunque i gusti, non sempre raffinatissimi, degli spettatori.

 

Þ Curiosità.

Durante uno dei suoi monologhi televisivi, Howard Beale, criticando l’accordo economico appena stipulato per la vendita della Rete televisiva Ubs a ricchi acquirenti arabi, si esprime in questi termini: “Non c’è nessuna America, non c’è democrazia. Ci sono solo l’Ibm, la Itt e la At&T, la Dupont, la Down, la Union Carbide e la Exxon. Queste sono le nazioni del mondo contemporaneo”. Lungi dall’esprimersi come un pazzo, Howard Beale si rivela qui lucidamente visionario: sta semplicemente prefigurando quella che di lì a qualche anno si sarebbe chiamata “globalizzazione economica”. Quando si dice essere profetici…

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Estratto da Quinto Potere - Sidney Lumet © YouTube

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