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Sindrome cinese, di James Bridges

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Sindrome cinese (The China Syndrome) è un film del 1979 diretto da James Bridges con la partecipazione di Michael Douglas, Jane Fonda e Jack Lemmon.

Ecco come recensì il film nel 1979 Tullio Kezich, all’epoca critico cinematografico di Repubblica e di Panorama: “Questo film, che inventa un incidente nell’immaginaria centrale nucleare di Ventana (California), è uscito negli Usa nel marzo scorso, in concomitanza con il vero incidente nella centrale di Three Miles Island presso Harrisburg (Pennsylvania). Pura coincidenza? I realizzatori lo negano risolutamente: bastava studiare con attenzione la situazione nucleare americana, affermano, per prevedere ciò che è accaduto. Sindrome cinese (…) non implica un radicale rifiuto dell’atomo, ma rivendica il diritto di un controllo dell’opinione pubblica che scavalchi gli interessi delle grosse compagnie. Come i cronisti di Tutti gli uomini del Presidente, anche qui la giornalista televisiva Jane Fonda e l’operatore Michael Douglas si battono per informare la nazione contro un’oscura rete di interessi che non esita a criminalizzare gli avversari. La figura più problematica è quella dello scienziato Jack Lemmon (premio per il migliore attore a Cannes), diviso tra la passione nucleare e la progressiva scoperta dei suoi rischi: un’interpretazione memorabile. Diretto con mano sicura da James Bridges (…), Sindrome cinese è uno spettacolo tirato allo spasimo, un modello di racconto filmico avvincente; ed è anche il miglior esempio recente di quel cinema americano impegnato che non esita a far passare i suoi contenuti di battaglia attraverso i filtri del romanzo popolare. È questo parlare dell’oggi con il linguaggio dei quotidiani, sostenuto da una professionalità senza sgarri, che ha riportato Hollywood in prima linea”.

SindromeCinese_locandina_Come si sarà capito, il tema centrale del film non è tanto la questione nucleare quanto il ruolo dell’informazione, la necessità cioè che l’opinione pubblica sia sempre correttamente informata sui rischi che comporta l’adozione di nuove tecnologie e della reale portata di eventuali incidenti da esse provocati. Il film illustra la difficoltà per i mass media di svolgere compiutamente il loro ruolo ogniqualvolta l’esigenza di trasparenza e di verità si scontra con i forti interessi politici ed economici in gioco. Nel caso specifico, alla fine la verità viene a galla, grazie al ruolo decisivo svolto dagli organi di informazione, in particolare grazie al fiuto professionale di un cameraman che non ha smesso di filmare anche quando le riprese nella centrale non erano più autorizzate e grazie alla tenacia di una giornalista che, coraggiosamente, resiste alle pressioni dei suoi capi e sceglie di informare correttamente il pubblico, senza nascondere nulla: glielo impone la sua etica professionale. La giornalista Kimberly Wells non è che l’ennesima incarnazione, declinata questa volta al femminile, della figura dello scrupoloso giornalista al servizio della verità, assai frequente nel cinema americano.

Sindrome cinese ebbe all’epoca un grande successo in tutto il mondo, innanzitutto perché fu uno dei primissimi film, se non il primo in assoluto, ad affrontare la questione nucleare, mostrando dettagliatamente il funzionamento di una centrale, ma anche perché meno di due settimane dopo l’uscita del film in America, ci fu un incidente, vero questa volta, alla centrale nucleare di Three Miles Islands, il più grave mai avvenuto sul suolo statunitense, dovuto a una serie incredibile di inconvenienti tecnici, di errori umani e di tragici equivoci. Fu un caso da manuale di pubblicità involontaria al film che, in pochi giorni, da improbabile thriller catastrofico si era trasformato agli occhi del pubblico in una sorta di allarmante documentario, alimentando accesi dibattiti in tutto il Paese e contribuendo a dare vigore alla corrente antinucleare. Un po’ come è capitato recentemente dopo il disastro di Fukujima.

Rivisto oggi, il film appare un po’ datato, soprattutto dal punto di vista più strettamente cinematografico: “i filtri del romanzo popolare”, come li chiama Kezich nella sua recensione, sono sin troppo visibili, soprattutto nella seconda parte, la più debole. Sindrome cinese rimane comunque un bell’esempio di prodotto americano medio, espressione di un periodo storico (gli anni Sessanta e Settanta) in cui erano frequenti i film cosiddetti “impegnati” che, almeno nei casi migliori, non faticavano a trovare il loro pubblico, un pubblico altrettanto “impegnato” e talora anche numericamente rilevante che frequentava le sale e i cineclub non solo per divertirsi ma anche e soprattutto per vedere film che aiutassero a comprendere la realtà. Erano decisamente altri tempi…

Þ Curiosità.

Sindrome cinese è un’espressione gergale e iperbolica che indica il massimo rischio radioattivo. Allude all’ipotesi, scientificamente poco attendibile, che la massa incandescente derivante dalla fusione del nocciolo di un grande reattore a fissione penetri in profondità nel terreno fino a sbucare agli antipodi del posto in cui è localizzata la centrale. Per esempio, dagli Stati Uniti alla Cina. Da qui l’omonima sindrome.
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Trailer di Sindrome cinese di James Bridges © YouTube

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