State of Play, di Kevin MacDonald

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State of Play è un film del 2009 diretto da Kevin Macdonald, basato sull'omonima miniserie televisiva britannica della BBC con la partecipazione di Russel Crowe e Ben Affleck.

Ispirato a una serie televisiva inglese di grande successo della BBC, il film, trasposto da Londra a Washington, è innanzitutto un efficacissimo “thriller” che non risparmia i colpi di scena, ma che si propone anche di affrontare, pur con qualche inevitabile semplificazione per esigenze di spettacolo, temi importanti e complessi come l’intreccio tra politica e affarismo. Il protagonista è Cal Mc Affrey (Russell Crowe), giornalista di lungo corso e firma storica del quotidiano Washington Globe, chiamato a occuparsi del presunto suicidio dell’assistente nonché amante di un ambizioso uomo politico, Stephen Collins (Ben Affleck), che è anche un suo vecchio amico. Mc Affrey, ultimo di una lunga serie di giornalisti-investigatori, inizia un’accurata indagine che lo porterà progressivamente ad occuparsi di una potente organizzazione privata paramilitare, la Pointcorp, che sta facendo affari d’oro grazie alla guerra in Irak e sulla quale sta indagando anche una commissione del Congresso, presieduta proprio da Collins. Il finale, ovviamente, non lo si può rivelare.

state-of-playState of Play è un dichiarato omaggio, a trent’anni di distanza, a Tutti gli uomini del presidente, con il quale ha numerosi punti di contatto: come nel film di Alan Pakula, l’azione si svolge a Washington e il tema è la corruzione politica; il nome del giornale, Washington Globe, per cui lavora Mc Affrey richiama esplicitamente il Washington Post e l’hotel che ospita alcuni dirigenti della Pointcorp si chiama, guarda caso, Watergate… Inoltre un’importante scena d’azione del film si svolge in un parcheggio sotterraneo che rimanda a quello nel quale Bob Woodward incontrava regolarmente il suo informatore segreto. Quanto al protagonista, è un diretto discendente della storica coppia di giornalisti del Washington Post, dei quali Mc Affrey rappresenta però una variante decisamente più trasandata e malinconica: sono passati trent’anni e siamo lontani dall’energia contagiosa che trasmettevano i giovani e Redfort e Hoffman. Proprio qui sta forse una delle chiavi di lettura del film, che può essere visto anche come una sorta di nostalgico omaggio a una certa forma di giornalismo che sta pian piano scomparendo, soppiantato da nuove forme di comunicazione che stanno modificando il modo svolgere il lavoro giornalistico.

Sintomatica in questo senso è la presenza accanto al protagonista di una giovane e ambiziosa giornalista, Della Fry (Rachel Mc Adams), titolare di un blog che va per la maggiore ed esperta di web. All’inizio tra i due sono scintille (“Sono qui da 15 anni. Uso un computer vecchio di 16 anni. Lei è qui da 15 minuti e con il suo potrebbe lanciare un satellite”, fa osservare Cal alla direttrice del giornale che vorrebbe vederli collaborare), ma progressivamente il ruvido Cal finirà per accettare la presenza al suo fianco della giovane e inesperta collega, rappresentante della nuova generazione, e condividerà con lei alcuni passaggi cruciali dell’inchiesta. Sarà comunque lui, usando il cervello più che la tecnologia, ad avere l’intuizione giusta e a sbrogliare la matassa.

Come Tutti gli uomini del presidente, State of Play è la celebrazione filmica di un giornalismo coraggioso e spregiudicato, sempre pronto a sfidare il potere politico per difendere la democrazia: tema classico, come abbiamo visto, del cinema americano. Questo ideale di giornalismo è riassunto e difeso dal protagonista stesso in una delle ultime scene del film: a un interlocutore che, attribuendogli una “ridicola presunzione”, gli chiede di rinunciare a rendere pubblica attraverso il suo giornale una scomoda verità, Cal risponde: “Presunzione perché nessuno legge più i giornali? Perché questa è per te solo un’altra storia che fra un paio di giorni sarà carta da pacchi? In mezzo ai pettegolezzi e alle speculazioni che ci riempiono la vita, io credo ancora che la gente sappia distinguere una notizia da una cazzata. E sia contenta che ci sia qualcuno che ci tiene a far saltar fuori la verità.” Naturalmente Cal scriverà l’articolo, e sarà proprio questa la scena finale del film, che richiama esplicitamente la celebre conclusione, del tutto simile, di Tutti gli uomini del presidente: in piena notte, nella redazione ancora affollata del Washington Globe, tutti hanno ormai smesso di lavorare e, in un religioso silenzio, stanno aspettando che Cal finisca di scrivere al computer l’articolo con le ultime rivelazioni su quanto ha appena scoperto, articolo che deve assolutamente essere pronto per l’edizione del mattino: il giornalismo è sempre anche una lotta contro il tempo. Questo fantomatico articolo, lo spettatore lo vede nascere sullo schermo: il regista ce ne mostra dapprima alcuni passaggi intermedi e poi il risultato finale. Al posto del foglio di carta avvolto attorno a un rullo nelle macchine da scrivere sulle quali Woodward e Bernstein scrivevano i loro pezzi, c’è lo schermo di un computer, ma la sostanza è la stessa: in entrambi i casi si tratta di parole coraggiose e responsabili, scritte da giornalisti che hanno a cuore una certa idea di democrazia.

Ma il film non finisce qui: i titoli di coda scorrono sulle ultime bellissime inquadrature che mostrano il procedimento di stampa e l’inizio della distribuzione dell’atteso numero del Washington Globe, con in prima pagina l’articolo che chiude, con il botto, la minuziosa inchiesta condotta da Mac Affrey. È un giornale cartaceo, stampato ancora con la tecnologia analogica tradizionale, ingombrante e antiquata. Come ha dichiarato il giovane regista, Kevin Mac Donald, quest’ultima sequenza, girata nella stamperia del Washington Post in Virginia e accompagnata dalle note di una celebre ballata dei Creedence Clearwater Revival, “è una sorta di requiem per i giornali, un ultimo piccolo ‘urrà’ per la potenza della stampa”.

Þ Curiosità.

I personaggi del giornalista e del politico, pur avendo dei trascorsi giovanili in comune, sono molto diversi sia nell’aspetto che nello stile di vita: uno è perennemente trasandato, mal vestito e mal rasato, l’altro è impeccabile nel vestire e sempre tirato a lucido. Per sottolineare la distanza estetica ma soprattutto morale tra i due, il regista si è servito in qualche caso di tecniche di ripresa differenziate. Come ha dichiarato il bravissimo direttore della fotografia Rodrigo Prieto, per evocare il mondo del giornalista sono stati usate cineprese a mano con obiettivi anamorfici e una pellicola a grana grossa che danno un’immagine soffusa, un po’ sfocata, mentre per rappresentare il mondo in cui si muove l’uomo politico sono stati usate telecamere digitali che rendono lo sfondo e il primo piano più nitidi, più a fuoco, e che danno al personaggio un aspetto quasi artificiale. Come si conviene ad un politico che deve essere telegenico e per il quale l’immagine è essenziale.

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Trailer di State of Play - Kevin MacDonald © YouTube